Perché Andrea Pirlo sta deludendo in MLS


Le mancate convocazioni di Sebastian Giovinco e Andrea Pirlo agli Europei hanno scatenato un acceso dibattito sull’utilità dei due in quella che è stata definita da più parti la peggior nazionale italiana di tutti i tempi. Nelle varie discussioni è stata ovviamente tirata in ballo anche la Major League Soccer, campionato nel quale militano i due ex bianconeri. In questo post non tratterò lo spinoso argomento della competitività dell’MLS, ma cercherò di spiegare perché, quando si parla di questa lega, ci si riferisce immediatamente a una fisicità preponderante. Nell’analizzare i motivi per cui l’aspetto fisico è così importante, spiegherò anche perché Andrea Pirlo è un giocatore inadatto alla Major League Soccer o almeno al New York City FC.

LA FISICITÀ COME PARTE DELLA TRADIZIONE SPORTIVA USA

Partiamo dal presupposto che negli Stati Uniti il culto della perfezione fisica è molto diffuso tra gli atleti professionisti. Come avevo già avuto modo di scrivere in un precedente post, il primo aspetto a cui si guarda per definire il grado di professionalità e competitività di uno sportivo è proprio la forma fisica. Pensiamo a Lebron James, un cestista che ha fatto del suo fisico una macchina perfetta e micidiale che gli ha permesso di dominare in NBA. Gli esempi comunque si sprecano e in tutti gli sport (tranne nel baseball, che viene infatti considerato da molti come un passatempo) è rarissimo trovare giocatori fuori forma. In NBA e in NFL ci sono giocatori che si allenano così duramente da poter competere ad alti livelli anche nell’atletica.

Il calcio ovviamente non è da meno. La Major League Soccer è stata fondata prendendo come modello l’NBA, non il calcio europeo. Da qui nascono tutte le differenze che rendono questo campionato unico, sia a livello strutturale e regolamentare che dal punto di vista del gioco vero e proprio. Prendendo spunto dai grandi sport americani, anche nel calcio l’aspetto più importante su cui si è puntato fin da subito è stato quello legato alla fisicità. Velocità, resistenza, elevazione, forza e massa muscolare: questo è ciò su cui si è lavorato fin dall’inizio, ed è ciò a cui ancora oggi viene data la priorità dagli allenatori.

Questo spiega perché in MLS la fisicità è così importante, ma non spiega perché è fondamentale. La risposta in questo caso è diversa dalla semplice tradizione sportiva. Per proseguire è utile fare un paragone con il calcio italiano, che fa anche capire il motivo per cui un giocatore come Pirlo stia facendo malissimo con New York City FC, mentre uno come Giovinco, che in carriera ha sempre fatto della velocità, dell’uno-contro-uno e della rapidità le sue armi, abbia dominato in MLS fin dalla prima partita.

pirlo

LA DIFFERENTE IMPOSTAZIONE TATTICA TRA SERIE A E MAJOR LEAGUE SOCCER

In Italia la preparazione fisica ha assunto un ruolo sempre meno importante negli anni perché a livello tattico le squadre sono quasi perfette. Ciò significa che si difende egregiamente con la sola disposizione degli uomini in campo, senza dover sprecare energie inseguendo la palla. Gli spostamenti dei difensori, singolarmente oppure all’intero della linea difensiva, sono studiati nei minimi dettagli e messi in pratica in maniera tale da costringere l’avversario a far girare continuamente il pallone per trovare varchi, con conseguente abbassamento del ritmo partita. Questa circostanza si rende evidente quando una big come la Juventus affronta una squadra più debole e si ritrova quasi sempre a far possesso nella trequarti avversaria, talvolta anche al limite dell’area di rigore.

In Serie A non si ha paura di difendere bassi perché c’è grande consapevolezza tattica: tutte le zone vengono coperte adeguatamente e tutti gli uomini sono marcati bene. Lasciare la palla agli avversari non è un problema, semmai un vantaggio (come disse Mourinho dopo la semifinale di ritorno contro il Barcellona). Per le piccole ci sono molti meno rischi a difendere al limite dell’area piuttosto che a pressare e ad attaccare, perché in quel caso la tattica lascia il posto alla corsa. Giocare a viso aperto significa inevitabilmente scoprirsi e scombussolare la solidità difensiva, rischiando di subire goal. Prendiamo l’esempio del Carpi, che quest’anno ha giocato ottime partite quando doveva difendere a spada tratta (contro Milan e Inter a San Siro, 0-0 e 0-1), ma ha fallito miseramente quando ha dovuto fare la partita (il 3-1 subito dalla Lazio alla penultima giornata, in piena lotta salvezza).

Per questo motivo, in Serie A negli ultimi anni si è tralasciato nettamente l’aspetto puramente fisico, esasperando quello tattico. Questo ha comportato un notevole abbassamento del ritmo-partita (e del fattore spettacolo, ma questo è un altro discorso), che ha consentito a calciatori come Pirlo, Cassano e Totti di offrire un contributo enorme alle rispettive squadre: loro sono gli interpreti giusti per scardinare una difesa bassa e ben disposta, perché sono architetti, non manovali. Con la loro capacità di sfornare infiniti passaggi chiave grazie a una visione di gioco assolutamente fuori dal comune, hanno messo in mostra prestazioni fenomenali.

Se hanno potuto dominare per anni è anche perché non hanno mai subito un pressing costante: in Serie A poche squadre pressano alte e tante giocano con difese a 3 che nella realtà dei fatti sono difese a 5. La tattica di molte “piccole” è di far passare il tempo mantenendo lo 0-0, risultato che per molte di loro è considerato positivo in più del 50% delle partite. Il problema è che se lasci a Pirlo la possibilità di ragionare per più di cinque secondi sulla trequarti, lui metterà una palla precisa al centimetro sul piede o sulla testa del compagno di squadra che si muove in area di rigore. Questo goal segnato da Marchisio lo dimostra bene: il Parma è chiuso dietro, ben disposto tatticamente (anche se le marcature lasciano a desiderare); Pirlo è completamente libero di ragionare e non deve fare altro che inventarsi un colpo dei suoi, che ovviamente si tramuta in un assist per il goal di Marchisio (bravissimo nell’inserimento).

In MLS la situazione è completamente opposta e il motivo principale non deriva da una differente scuola di pensiero. Tutto parte dalla struttura del campionato, più precisamente dal fatto che non esistono retrocessioni. Partiamo da questo presupposto che può sembrare fuori luogo, ma che in realtà è importantissimo. Nessuna squadra in America teme di finire in Serie B e grazie al tetto salariale non esistono le “piccole”. Non esistono i Frosinone, i Chievo, i Carpi, così come non esiste il concetto di “giocare per salvarsi”. In MLS i team possono e devono puntare soltanto a raggiungere i playoff. Le regole del campionato permettono poi di avere un costante equilibrio tra tutte le società, senza che ce ne sia una in grado di dominare per più stagioni di fila.

In questo contesto ogni singola partita viene affrontata con un solo obbiettivo: vincere. Per vincere bisogna segnare, per segnare bisogna attaccare. Quasi tutte le squadre dell’MLS sono improntate all’attacco e si assiste con grande frequenza a partite ricche di goal. Quando ogni singolo team deve giocare per vincere, inevitabilmente gli allenatori e lo staff tecnico si devono concentrare sulla manovra offensiva. Ciò significa che in difesa ci sono molti meno tatticismi ma al contrario molta più corsa, molto più agonismo, molta più fisicità. I calciatori difensivi in MLS lottano su ogni pallone, attaccano e ripartono. Da loro gli allenatori vogliono solo tanto sacrificio, sudore e un movimento costante, non richiedono ferrea disciplina tattica. L’obiettivo di un difensore in MLS non è di coprire bene il campo, ma di attaccare l’avversario per rubare palla e ripartire più in fretta possibile. Le difese salgono per pressare alto e si scoprono. In linea di massima, i calciatori non si fermano mai, perché conta solo vincere e nessuna squadra parcheggia il bus davanti alla porta come avviene in Serie A. Quest’anno ci ha provato Chicago, allenata dal serbo Paunovic, e i risultati sono stati pessimi: hanno sì la terza miglior difesa del campionato, ma anche il peggior attacco (9 goal, unica squadra che non ha ancora raggiunto la doppia cifra) e questo si tramuta in una desolante ultima posizione nella Eastern Conference.

Giocare bene in difesa non serve a niente in MLS se non si ha anche la capacità e l’attitudine di attaccare con molti uomini. Il classico contropiede all’italiana non rende, servono calciatori dotati di grandissima forza e resistenza per poter lottare su ogni pallone e dare il via alla manovra offensiva. Vista questa impostazione di gioco, la preparazione fisica è ovviamente fondamentale, oltre ad essere già parte della tradizione sportiva statunitense. Si può dire con certezza che questo aspetto venga curato in maniera molto più intensa rispetto all’Italia, come hanno confermato anche Donadel, Nocerino, Pirlo, Gerrard e tutti gli altri calciatori che hanno giocato ad alti livelli in Europa.

Lo stesso Giovinco, rispetto a quando era in Italia, ha messo su un po’ di muscoli ed è diventato più forte fisicamente. Sono sempre più frequenti le occasioni in cui riesce ad avere la meglio nei contrasti, qualcosa di impensabile ai tempi di Parma. Alessandro Nesta, che ha giocato in MLS con i Montreal Impact e attualmente allena il Miami FC in NASL, ha dichiarato quanto segue sul livello del calcio americano: “Diciamo che è un livello abbastanza alto, soprattutto fisicamente. I giocatori qui sono delle bestie e corrono tantissimo. Tatticamente sono ancora un po’ indietro ma stanno lavorando bene anche con le giovanili. Nel giro di pochi anni credo che possano migliorare moltissimo”.

Alessandro Nesta in MLS
Alessandro Nesta in MLS

IL CASO PIRLO: PERCHÉ STA DELUDENDO IN MLS

Chiunque abbia seguito l’MLS nell’ultimo anno sa che l’impatto di Pirlo è stato pressoché nullo, se non addirittura negativo per la sua squadra, il New York City FC. Il motivo è legato proprio al modo di giocare nel Nord America: pochi tatticismi, zero attendismo e continuo pressing alto. Pirlo non è un calciatore che rende bene in un contesto, ma anzi, lo patisce, soprattutto se non ha una squadra che gira intorno a lui. Recentemente ha dichiarato quasi infastidito: “L’MLS è un campionato molto difficile in cui giocare, è molto fisico e si corre tanto. C’è troppo lavoro fisico e poco tempo per pensare al gioco“.

L’ultima frase è estremamente significativa. In MLS c’è poco tempo per pensare al gioco e questo comporta che quei calciatori dotati di grandissima intelligenza tattica ma scarsa rapidità incontrino grandi difficoltà nell’esprimere il loro potenziale. Oltre a rientrare perfettamente in questa categoria, Pirlo ha anche 37 anni e si è presentato negli States privo di grandi stimoli, una circostanza che ha un peso specifico sul suo rendimento.

Il regista italiano ha visto crollare la sua pass accuracy (la percentuale che indica i passaggi riusciti) da quando è sbarcato in MLS: dall’89% degli ultimi due anni alla Juventus all’80% che sta tenendo al New York City FC. Nelle 11 partite giocate quest’anno, gli è stata sottratta la palla 14 volte, un’infinità per un regista arretrato che non ha il compito di puntare l’uomo. Questi numeri indicano precisamente che un calciatore con le sue caratteristiche non è adatto alla Major League Soccer e al suo gioco fatto di velocità, fisicità e ritmi elevatissimi. Pirlo dà il meglio di sé quando i ritmi sono bassi e la difesa avversaria è schierata bassa, quando non c’è pressing e può ragionare. Tutto questo, ovviamente, non basterebbe a permettergli di essere determinante, perché non parliamo di un attaccante o di un trequartista ma di un regista arretrato che per dare il suo contributo ha bisogno di una squadra di un certo tipo intorno a lui.

PIRLO-NEW YORK CITY FC: UN BINOMIO CHE SA DI FALLIMENTO

È innegabile che le prestazioni sottotono di Andrea Pirlo siano dovute anche a una squadra poco competitiva. Qualsiasi appassionato di MLS può affermare con certezza che il New York City FC sia stato costruito su basi debolissime. Non mi riferisco all’aspetto legato al marketing, visto che da quel punto di vista sta funzionando tutto alla grande (le magliette dei tre tenori sono tra le più vendute di tutto il campionato) ma al campo: pensare di poter giocare in MLS con Pirlo e Lampard in mezzo al campo è una totale utopia.

Pirlo ha bisogno di essere la prima donna della squadra, di potersi permettere di non correre ma di usare solo la testa. Così ha fatto negli ultimi anni alla Juventus e così dovrebbe fare ancora di più in un campionato dai ritmi elevati come la Major League Soccer. Patrick Vieira, invece, gli ha ritagliato un ruolo che lo rende completamente inadatto a questa lega: quello del mediano dai pieni buoni. Il tecnico francese, che in questo 2016 si è distinto soprattutto per le stravaganze tattiche e le formazioni fantacalcistiche, ha pensato che fosse una buona idea piazzare a centrocampo due soli calciatori con compiti difensivi: il mediano Federico Bravo e per l’appunto Andrea Pirlo. Per il resto, quattro difensori e quattro uomini d’attacco (tra cui i trequartisti McNamara e Diskerud, Lampard è sempre infortunato). Risultato? Ovviamente disastroso. Pirlo si è messo in luce facendo quasi tenerezza nell’inedito ruolo di recupera palloni, ma è palese che non è quello il suo compito. Con una squadra del genere e compagni di reparto che portano il nome di Bravo, McNamara e Diskerud sarebbe folle pensare di vedere all’opera lo stesso Pirlo del centrocampo della Juventus, quando poteva contare sul supporto di Pogba, Vidal e Marchisio.

Sarebbe quindi ingiusto dire che le colpe siano tutte del Maestro, ma è innegabile che avrebbe dovuto pensarci meglio prima di accettare l’offerta di NYCFC (sempre che gliene importi qualcosa del modo in cui lascerà il calcio). In altri contesti in America avrebbe potuto chiudere la carriera in bellezza, facendo da guida per tanti giovani entusiasti di correre per lui. Al NYCFC ha invece sposato un progetto che negli ultimi anni di MLS si è rivelato fallimentare: quello dei nomi noti a tutti i costi. Lui, Lampard e Villa sono i tre tenori, tutti gli altri sono scarti dell’MLS o giovani arrivati in prestito dall’estero. In un campionato come quello del Nord America dove è necessario correre e attaccare costantemente, per un regista puro come Pirlo c’è poco spazio perché si parla una lingua calcistica che non conosce. Se poi finisce in una squadra come quella di New York, allora il fallimento è inevitabile.